Trattamento dell'ernia discale sintomatica e
Neuroriflessoterapia 
Personalizzata

La novità dell’approccio si apre alle più moderne ipotesi sui collegamenti fra le evidenze somatiche (discopatie, protrusioni, ernie discali, processi degenerativi osteofitici, restringimento dei fori di coniugazione o intervertebrale)  e le  alterazioni dell’equilibrio psico-neuroendocrino-immunologico.

La tecnica incruenta della neuro-riflessoterapia (R.T.)  comporta, in molti casi, l’assoluta sostituibilità all’intervento chirurgico. Essa  comporta una notevole economia, soprattutto nei tempo e nei mezzi impiegati, essendo escluso il trattamento farmacologico, quasi sempre inutile e gastrolesivo,  il ricovero e i rischi nella sua complessità di un intervento chirurgico. Inoltre evita  l’ allontanamento del paziente dall’ambiente familiare e dalla vita sociale che potrebbe essere  un sicuro fattore negativo per una migliore guarigione.
L’esperienza riflessoterapica ha portato a dover considerare e trattare anche  le manifestazioni  comportamentali  del paziente lombosciatalgico “come se” attraverso tal espressione  e atteggiamento, parlasse   il suo pianeta psicoaffettivo, in relazione a particolari situazioni stressanti.che hanno determinato l’evento patologico.
L’elemento  a favore di questa tecnica di riflessoterapia è la relativa semplicità ed innocuità della  applicazione che può essere eseguita comodamente    in un  ambulatorio  medico attrezzato a norma .
Ovviamente la tecnica richiede, preventivamente, la visione di una serie di elementi clinici e diagnostici da integrare   alle proprie conoscenze, rifiutando un’approssimazione cialtro-stregonesca.
La neuroriflessoterapia personalizzata  deve essere eseguita da mani esperte   per poter ottenere risultati clinici positivi   riferiti alla natura della lesione in esame.
La reflessoterapia personalizzata deve essere un trattamento di prima  scelta nel danno vertebrodiscale anche per il fatto che questa tecnica non pregiudica minimamente un eventuale intervento successivo, mentre non si può altrettanto e tranquillamente  affermare l’opposto.

Tecnica di approccio alla ricerca dei punti dolorosi (P.D.)

  • Il medico invita il paziente a localizzare il suo dolore con la mano e poi a precisarlo con un dito;
  • In tale area limitata si ricerca, palpatoriamente, il punto che produce la massima sensazione dolorosa al paziente e la massima pastosità tissutale tattile al medico;

 

 

 

  • Si pratica il pizzicamento del punto di maggior pastosità tissutale;

                    
 

  • Bisogna fare la proiezione del punto dolente alla colonna vertebrale tramite disegno a T rovesciata tra la linea mediana dei processi spinosi e le creste iliache;

                                                     

  • E’ necessario individuare lo spazio intervertebrale corrispondente al dolore di massima intensità per il paziente;

 

  • Bisogna segnare con un pennarello la mappa dei P.D. e dello spazio vertebrale interessato.

                             

La mancata correlazione tra i P.D. e lo spazio intervertebrale, vanifica il trattamento.

 Il punto o i punti dolorosi dove si deve intervenire con la neuroriflessoterapia., non   sono evidenziati dalle radiografie della colonna, dalla TAC  e/o dalla R.M.N. poiché quasi sempre esiste una patologia  vertebro-discale multipla e/o una patologia di tipo mista come  un aspetto scoliotico della colonna vertebrale, degenerazioni discali, crolli vertebrali inveterati,  ernie discali multiple, stenosi del canale lombare, spondilolistesi etc. che, quindi,  non sempre permettono di discernere la lesione che ha scatenato la sintomatologia dolorosa.
Pertanto i Punti Dolenti non sembrano dipendere dalla presenza di lesioni dimostrabili neuroradiologicamente e questo potrebbe spiegare gli insuccessi di molti interventi chirurgici  nelle patologie sopracitate.

E interessante comprendere come nell’approccio alla diagnosi ed al trattamento delle sindromi algiche attribuite alla colonna vertebrale,  si ritrovino alcuni principi generali che forse è opportuno riconsiderare.

  • Il primo punto è che l’integrità meccanica della colonna vertebrale dipende dall’integrità delle sue parti. I dischi intervertebrali, le faccette articolari e i legamenti che realizzano il complesso funzionale, già indicato da Junghans  come “unità spinale”, sono strettamente correlati funzionalmente per cui la degenerazione di una componente verrà a ripercuotersi negativamente sulle altre componenti che subiranno dapprima uno stress addizionale e,  in un secondo tempo, un processo di usura.
  • Il secondo concetto altrettanto popolare è che il disturbo funzionale e, quindi  il dolore, sono correlati ad alterazioni strutturali  e morfologiche dei tessuti componenti l‘unità spinale per azione diretta o mediata sulle radici nervose, sui gangli spinali, sulla cauda equinae e sul midollo.

(È enfatizzato un legame di causa-effetto in seguito ai quotidiani riscontri, sia sul tavolo operatorio, sia dai rilievi mielografici del passato, di evidenti amputazioni delle tasche radicolari e delle radici nervose nella specifica e corrispondente distribuzione metamerica).

Per tutto ciò, si è   consolidato e radicalizzato il concetto del ruolo eziologico preminente del conflitto spaziale nella modalità della disfunzione neurologica e della creazione del dolore.

  • Il terzo punto è che con l’invecchiamento la degenerazione può incominciare in ognuna delle parti dell’unità spinale, ma accade il più delle volte primitivamente nel disco. Da qui la generalizzazione che la lombosciatalgia e la cervicobrachialgia ha un’origine prevalentemente discale.

L’impiego di metodiche d’indagine più raffinate, quali la TAC e la RMN di ultima generazione caratterizzate da una avanzata sensibilità nell’analisi dei tessuti molli e nelle loro alterazioni, hanno consentito di evidenziare una più vasta gamma di alterazioni degenerative dell’unità spinale esaminata in vivo, ma non hanno consentito di rendere più chiaro la correlazione esistente tra le alterazioni morfofunzionali e la sintomatologia.

In altri termini non è possibile tuttora, nel campo delle alterazioni degenerative della colonna, pur avendo a disposizione una maggior varietà di criteri semeiologici differenziali, prevedere la presenza, la qualità e l’intensità della sintomatologia. E’ un’osservazione che vale anche  per la protrusione discale, l’ernia del disco, la stenosi del canale centrale e laterale, la spondilolistesi. Infatti, è noto che nonostante l’elevata incidenza della spondilosi cervicale negli anziani, solo  lo 0,0003% dei casi si accompagna  a sintomi neurologici.        

È concesso, a questo punto, porsi la domanda se sia corretto continuare a confrontare eventi che non hanno una correlazione lineare e statisticamente valutabile.
Per altro verso, esplorazioni Ecografici e Termografici a carico dei tessuti molli nei dermatomeri e miomeri corrispondenti alla lesione spinale, hanno evidenziato alterazioni focali che sono modificate in stretta relazione  temporale con il quadro sintomatologico.   
Questa osservazione concede  interesse   all’ipotesi dell’esistenza  di un meccanismo riflesso cutaneo-mio-fasciale di livello, latente negli individui asintomatici ed attivo nei pazienti sintomatici,  aggredibile in maniera  indipendente dalle stesse alterazioni degenerative della colonna. Infatti, queste ultime, le alterazioni degenerative della colonna ,  avrebbero un ruolo favorente ma non scatenante. Un esempio caratteristico lo vediamo nell’ipersollecitazione del muscolo piriforme poiché, nelle asimmetrie del bacino, favorisce la temuta  “sindrome del piriforme”   la cui   alterata struttura   (aumento di volume e rigidità) irrita il nervo sciatico (che, a seconda dei casi, passa  inferiormente, superiormente o attraverso il muscolo piriforme). La sintomatologia che ne consegue e quella della sciatica (sciatalgia)  con irradiazione  del  dolore e delle parestesie nella zona glutea  e nell’arto inferiore  inducendo talvolta ad una errata diagnosi di ernia del disco lombare.
Potrebbero essere citati molti altri esempi simili   così  da rendere maggiormente comprensibile la scarsa correlazione che esiste fra la sintomatologia della storia naturale dell’ernia discale e  delle altre alterazioni degenerative della colonna vertebrale,   dalla sintomatologia delle contratture della muscolatura muscolo-scheletrica della colonna o di distretti articolari.
Questi diversi orientamenti mettono in risalto interessanti elementi speculativi nell’indivuduazione di approcci terapeutici  effecaci in un gruppo di affezioni cliniche più diffuso nell’umanità.


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